Diabete

Quando tutto cambiò: la storia della mia diagnosi e consigli pratici

  • Quale è stato l’esordio della malattia?
  • Come te ne sei accorta?
  • C’è qualcuno in famiglia con il diabete?
  • Hai quel diabete in cui non si possono mangiare gli zuccheri?
  • Perché non sei riuscita a capire che stavi male e sei finita quasi in coma?

 

A quale diabetico non capita di sentirsi fare queste e altre domande?

Premetto che mi fa piacere se mi si domanda qualcosa, ma a volte è difficile rispondere non perché non ci ricordiamo di come siano andate le cose (anzi ce ne ricordiamo benissimo!) ma piuttosto perché a volte è difficile ricordarli e ripercorrerli quei momenti.

Infatti anche se dopo un po’ ci si abitua per forza di cose alla situazione e in qualche modo si accetta, resta sempre quel fantasma di rancore e rabbia dentro di noi che abbiamo imparato a controllare ma che di tanto in tanto torna a farci visita soprattutto in quelle giornate “low” in cui ci sentiamo più sconfitti e deboli.

Il diabete non è solo una malattia, è uno stato d’animo, è un modo di vedere la vita e la morte, è un sistema di abitudini e valori, è la persona che sei diventata con le tue forze e certezze ma anche con le tue debolezze e dubbi.

Perciò quando una persona ti fa una di quelle domande, di fatto è come se entrasse in un attimo nel tuo stato d’animo, nel tuo modo di vedere la vita e la morte, nel tuo sistema di abitudini e valori, in Te.

Diciamoci la verità, sembrano banalità e sembra quasi la descrizione di chi ha una qualche fobia sociale o semplicemente di una persona timida e schiva.

Ma non è così semplice.

 

Se oggi ricordo come è iniziato tutto, mi viene anche da sorridere.

 

Ero in Svezia da poco meno di un mese.

Stavo mettendo in standby la mia vita, quella che fino a quel momento era stata la mia vita.

Ho messo in standby il lavoro chiedendo un anno di aspettativa, ho traslocato in poche settimane dalla casa a Roma trasportando pezzi di casa un po’ verso Nord in Svezia e un po’ verso Sud in Sicilia.

Avrò si e no triangolato con svariati voli tra Stoccolma, Roma e Catania una decina di volte prima di approdare definitivamente in Svezia.

Periodo intenso e pieno di cose pratiche da sbrigare in pochissimo tempo da sola e pieno di un misto di emozioni contrastanti e incontrollate.

Stavo cambiando tutta la mia vita.

 

Dalla data del mio trasferimento in Svezia al ricovero in emergenza all’ospedale Danderyd di Stoccolma saranno trascorse si e no due o tre settimane. E in quelle settimane è successo di tutto.

Abbiamo avuto un lutto in famiglia per cui mio marito è dovuto scappare e andare in Sicilia. Subito dopo ha avuto un improvviso impegno di lavoro ed è dovuto andare in Svizzera. Sono stata più sola a casa che altro, non c’è stato modo di fermare o cambiare il corso degli eventi.

In quei giorni ho iniziato a sentirmi molto, molto stanca ma una stanchezza che non mi faceva neanche alzare dal letto la mattina. Ricordo che appena arrivata ero carica di buone intenzioni prima fra tutte dare una pulitina all’appartamento e crearmi anche i miei spazi. Non c’è stato verso. Ci provavo ogni mattina e ogni mattina dovevo fermarmi perché ero troppo spossata.

Nel frattempo durante una passeggiata verso il centro una mattina mi accorsi che non riuscivo a vedere bene a distanza neanche la forma degli alberi e mi iniziarono a lacrimare abbondantemente gli occhi. Pensai per il forte freddo di quella mattina.

Il giorno successivo prenotai una visita oculistica in un ottico e scelsi un nuovo paio di occhiali. La mia miopia si era aggravata spaventosamente: all’inizio mi mancavano solo 2-3 decimi ora invece ero arrivata a 6 decimi. Non capii nulla e neanche l’ottico si allarmò. Mi disse ovviamente in SwEnglish (misto di svedese e inglese) che era necessario ordinare delle lenti con quella gradazione per i nuovi occhiali. Ok, non mi sembrò nulla di strano.

Nei giorni a seguire ricordo che passavo da momenti di fame e sete pazzesca nei quali avrei divorato qualsiasi cosa a momenti di inappetenza totale in cui anche l’acqua mi faceva letteralmente schifo. Sentivo la lingua felpata, il palato felpato e i sapori erano totalmente cambiati. Non so quante bottiglie di Fanta io abbia bevuto in quei giorni.

E la notte? La notte era un incubo. Avrei fatto prima a dormire direttamente sul WC. Dovevo fare pipì in continuazione non solo durante la notte ma tutto il giorno. Non mi sembrava nulla di strano. Avevo fatto una cura di antibiotici per un’influenza che era iniziata in Italia per cui mi dissi starò espellendo l’antibiotico.

Una cosa che mi fece davvero spaventare fu la comparsa di bolle come enormi brufoli o per meglio dire veri e propri bubboni pieni di pus e dolorosissimi. Me ne spuntarono uno sul fondoschiena e due enormi sulla coscia e sull’inguine. Era impossibile gestirli o curarli, erano dolorosissimi e la fuoriuscita di pus era continua durante tutto il giorno e dovevo cambiarmi i pantaloni in continuazione. A quel punto capii che c’era qualcosa che non andava e sarei voluta andare al pronto soccorso. Alla fine decisi di aspettare per via dei limiti linguistici, a quei tempi non capivo o pronunciavo mezza parola in Svedese.

Fu sempre peggio.

In una settimana persi 10 kg, che scema ero anche contenta e dicevo a mio marito che finalmente riuscivo a vedermi le rotule perché la ciccia intorno alle ginocchia era sparita.

Stavo letteralmente morendo, lentamente.

Non vedevo l’ora che arrivasse il momento di prendere il volo per la Sicilia per Pasqua, mancavano solo alcuni giorni. E uno dei pensieri che mi balenava più spesso era non vedo l’ora di arrivare a Catania così mi ricovero in ospedale e lì si risolverà tutto. Che follia. Comunque in Sicilia non ci arrivai, almeno nell’immediato.

Il volo era un solito Ryanair comodo che partiva alle sei del mattino da Stoccolma. Questo significava svegliarsi alle tre. La notte non chiusi occhio, ero in una stato di sogno cosciente, intrappolata in sogni mostruosi e senza senso. Iniziai anche a delirare a voce alta dicendo delle cose assurde su persone di colore dentro un centro commerciale che facevano non so esattamente cosa. Mio marito trasalì.

Insomma ci alziamo, ci prepariamo, prendiamo il taxi che ci porta all’aeroporto. Non riuscivo a respirare, avevo un respiro profondo ed affannato. Ero in crisi respiratoria. Andammo avanti.

Riuscimmo ad arrivare al gate, salimmo sull’aereo e quando mi trovai davanti all’hostess le chiedemmo delle pillole di valeriana in maniera tale che durante il volo potessi calmarmi.

Lei mi guardò e dopo una breve pausa di silenzio, disse che non mi avrebbe fatto salire su quell’aereo. Chiamò immediatamente l’ambulanza e da lì è tutto un ricordo sfuocato di cui vedo solo brevi e confusi flash. Le domande, la corsa in ambulanza, il tizio che mi parlava, l’arrivo in ospedale.

Poi ricordo soltanto di essermi svegliata su un letto in ospedale in terapia intensiva con mille macchinari intorno che facevano dei rumori fastidiosi e la flebo attaccata al dorso della mano che mi faceva molto male.

Nei giorni successivi scoprimmo che avevo un valore di glicata che equivale all’aver avuto una glicemia media pari a 600 mg/dL negli ultimi tre mesi ed ero quasi entrata in coma diabetico.

I giorni successivi andò sempre meglio, ritornai a poco a poco cosciente e in me.

Furono giorni pienissimi di cose nuove da imparare.

Una infermiera venne e mi mise in mano per la prima volta il mio primo glucometro che tuttora conservo e le mie prime penne di insulina, la Lantus e la Novorapid. Pensai ma che diavolo è e cosa ci dovrei fare? Come si usano? Poi mi diedero un needle, un piccolo aghetto monouso da inserire in testa alla penna di insulina in modo da poter fare l’iniezione. Ah certo, ora era tutto più chiaro…

Mi sentivo persa, confusa, sola e in stato di pericolo imminente. Pensavo davvero che sarei potuta morire da un momento all’altro e senza sapere esattamente quali mezzi avessi a disposizione per salvarmi.

Il primo incontro non ci capii una mazza! La cosa che ricordo le infermiere mi ripetevano spesso era “Stai tranquilla perché tutto questo non è colpa tua”.

Se non ricordo male proprio durante il primo incontro mi fecero una specie di mini corso su cosa dovevo e non dovevo fare e in quell’occasione prenotarono per me una traduttrice.

Fu uno dei momenti in assoluto più divertenti di quei giorni.

Questa signora, abbigliata tipo Julia Roberts in Pretty Woman al primo incontro con Richard Gere, non era né italiana né svedese se non mi sbaglio russa o Ucraina e provava a tradurre quello che l’infermiera diceva in svedese in una lingua intermedia che secondo lei era italiano. Ricordo che più e più volte Filippo dovette correggerla per una traduzione completamente errata. Un po’ rischiosa come situazione perché mi stavano spiegando in fondo le basi per sopravvivere da allora in poi, comunque fu un momento davvero comico.

Mia mamma alla fine di tutta sta scenetta in russo-svedo-italiano dovette uscire dalla stanza perché aveva gli occhi di fuori.

Poi incontrai una psicologa che iniziò uno di quei discorsi imparati a memoria su una sorta di copione e anche lei intercalò varie volte la frase “Stai tranquilla tutto questo non è colpa tua”.

Poi dopo qualche giorno in terapia intensiva quando mi ‘rigonfiai’, mi portarono in un altro reparto e lì ricordo che incontrai per la prima volta la diabetologa che fece la sua apparizione solo l’ultimo giorno quando mi dimisero dall’ospedale e se ne uscì semplicemente consegnandomi un foglio per la farmacia e alcuni manualetti da studiare. Tra manuali e brochure mi diede anche questi due foglietti illustrativi in cui sono mostrati i segnali per capire se è in corso una ipoglicemia o una iperglicemia.

 

 

Tra i segnali di ipoglicemia (immagine in blu a sinistra) ci sono ad esempio:

  • Rapidi cambiamenti di umore (humörsvängningar)
  • Mal di testa e disturbi alla vista (huvudvärk och synstörningar)
  • Stanchezza e Vertigini (trött och yrsel)
  • Sudorazione (svettningar)
  • Ansia e panico (oro och änglan)

Tra i segnali di iperglicemia (immagine in rosso a destra) ci sono ad esempio:

  • Sonnolenza (sömnig)
  • Stanchezza (trött)
  • Bocca secca (muntorr)
  • Necessità di urinare spesso (stora urinmängder)
  • Sete (törstig)

 

 

Il post ti è piaciuto? Vuoi condividere con me la tua esperienza?

Scrivimi a info@sugargirl.it  🙂

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...